Patrocinio a spese dello Stato in ambito penale

L’ordinamento italiano prevede la possibilità per la persona non abbiente sottoposta a procedimento penale di richiedere la nomina di un avvocato e la sua assistenza a spese dello Stato.

Per essere ammessi al patrocinio a spese dello Stato (volgarmente detto “gratuito patrocinio”) in ambito penale è necessario che il richiedente sia titolare di un reddito annuo imponibile, risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore a euro 11.369,24 (il limite reddituale viene periodicamente aggiornato). Se l’interessato convive con il coniuge o altri familiari, il reddito, ai fini della concessione del beneficio, è costituito dalla somma dei redditi di tutti i componenti la famiglia. Solo nell’ambito penale il limite di reddito è elevato di euro 1.032,91 per ognuno dei familiari conviventi.

L’ammissione al patrocinio a spese dello Stato è consentita sia ai cittadini italiani sia agli stranieri e gli apolidi residenti nello Stato. La possono richiedere l’indagato, l’imputato, il condannato, l’offeso dal reato, il danneggiato che intendano costituirsi parte civile, il responsabile civile o civilmente obbligato per l’ammenda; colui che (offeso dal reato – danneggiato) intenda esercitare azione civile per risarcimento del danno e restituzioni derivanti da reato.

L’ammissione è valida per ogni grado e per ogni fase del processo e per tutte le eventuali procedure, derivate ed incidentali, comunque connesse.

Nella fase dell’esecuzione, nel procedimento di revisione, nei processi di revocazione e opposizione di terzo, nei processi relativi all’applicazione di misure di sicurezza o di prevenzione o per quelli di competenza del tribunale di sorveglianza (sempre che l’interessato possa o debba essere assistito da un difensore) occorre presentare autonoma richiesta di ammissione al beneficio.
Nei procedimenti civili per il risarcimento del danno o restituzioni derivanti da reato, l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato ha effetti per tutti i gradi di giurisdizione.

La domanda di ammissione in ambito penale va presentata presso l’ufficio del magistrato davanti al quale pende il processo personalmente dall’interessato con allegata fotocopia di un documento di identità valido, oppure tramite il difensore che dovrà autenticare la firma di chi sottoscrive la domanda. Potrà anche essere inviata a mezzo raccomandata a.r. con allegata fotocopia di un documento di identità valido del richiedente.

La domanda, sottoscritta dall’interessato, va presentata in carta semplice e deve indicare:

  1. la richiesta di ammissione al patrocinio
  2. le generalità anagrafiche e codice fiscale del richiedente e dei componenti il suo nucleo familiare
  3. l’attestazione dei redditi percepiti l’anno precedente alla domanda (autocertificazione)
  4. l’impegno a comunicare le eventuali variazioni di reddito rilevanti ai fini dell’ammissione al beneficio.

Al via la Negoziazione Assistita

La legge 162 del 10 novembre 2014 ha inciso in maniera significativa sulla procedura civile, introducendo una serie di nuovi meccanismi volti a rendere più veloce e meno costosa la definizione del contenzioso civile, riducendo l’ordinario carico di lavoro sino ad oggi determinato dalla mole di procedimenti civili pendenti avanti il Tribunale. Con la negoziazione assistita vengono potenziati gli strumenti di definizione alternativa delle liti a disposizione delle parti.

La negoziazione assistita è una procedura che si basa su una “convenzione” tra le parti, con la quale queste si impegnano tra loro a risolvere in via amichevole la controversia tra loro insorta. L’accordo di negoziazione è il risultato finale di questo tentativo bonario di composizione della lite cui si giunge per il tramite dei rispettivi avvocati e che ha, per espressa previsione normativa, efficacia esecutiva.

La negoziazione può essere facoltativa, e cioè rimessa alla valutazione delle parti, o obbligatoria e in tal caso rappresenta condizione di procedibilità per l’azione giudiziaria.

La negoziazione obbligatoria deve essere esperita ove il contenzioso riguardi il risarcimento del danno da circolazione di veicoli e natanti oppure il pagamento a qualsiasi titolo di somme non eccedenti i 50.000 euro.

Di estremo interesse è la possibilità di ricorrere alla negoziazione anche per i casi di separazione personale coniugi o divorzio congiunto.

Commercio Elettronico e diritto di recesso

L’Italia ha recepito i contenuti della direttiva europea n. 2011/83, che sono diventati vincolanti per tutti i contratti conclusi successivamente al 13 gennaio 2014. Il recepimento è avvenuto col decreto legislativo 21/2014, entrato in vigore il 26 marzo. La normativa va a incidere sulla disciplina del codice del consumo e conseguentemente anche sugli adempimenti in capo ai titolari di siti e-commerce – ragion per cui vi invito a leggere attentamente quanto segue.

Una delle principali novità attiene alle modalità di recesso dal contratto. Cambia infatti il tempo a disposizione per esercitare il diritto di recesso, non più solo 10 giorni bensì 14 giorni dalla data di sottoscrizione del contratto o dalla data in cui il consumatore acquisisce il possesso fisico dei beni. Prima della scadenza del periodo di recesso, il consumatore deve informare il professionista della sua decisione di recedere dal contratto. Il consumatore può recedere avvalendosi di un apposito modulo, oppure scrivendo di proprio pugno una dichiarazione esplicita in cui manifesta la volontà di recedere dal contratto. La comunicazione del recesso deve essere inviata prima della scadenza del periodo di recesso.

L’esercizio del recesso pone termine agli obblighi delle parti di dar seguito al contratto e alle rispettive obbligazioni. Il tempo a disposizione per esercitare il diritto di recesso nel caso di vendite a distanza (su internet, via telefono ma in genere fuori dal negozio) aumenta, come visto, da 10 a 14 giorni. Tuttavia si può arrivare anche ad un anno e 14 giorni se il venditore non ha adeguatamente informato il consumatore sull’esistenza del diritto stesso. In caso di violazione degli obblighi informativi il consumatore non deve sostenere neppure il costo diretto di restituzione dei beni.

I commercianti devono informare chiaramente e preventivamente i consumatori che i costi di restituzione delle merci in caso di ripensamento sono sostenuti dai clienti, altrimenti tali costi rimarranno a loro carico. Prima della vendita, deve essere fornita una chiara stima dei costi massimi di resa di merci ingombranti (ad esempio un divano acquistato via internet o per corrispondenza), così che il consumatore possa decidere in modo informato da chi acquistare. In caso di recesso, il professionista deve adempiere ai seguenti obblighi: rimborsare tutti i pagamenti ricevuti dal consumatore (eventualmente comprese le spese di consegna) senza ritardo e in ogni caso entro 14 giorni dal recesso (attualmente 30) e dovrà coprire anche le spese di consegna ORIGINARIE e quindi restano escluse le spese di restituzione del bene. Nel caso il consumatore sceglie espressamente un tipo di consegna diverso da quello meno caro, i costi supplementari non saranno rimborsati. Il rimborso, di norma, deve avvenire con lo stesso mezzo di pagamento utilizzato dal consumatore all’atto dei suoi pagamenti. Il fornitore potrà comunque non effettuare il rimborso fino al momento della ricezione della merce

E’ nulla qualsiasi clausola che prevede limitazioni al rimborso nei confronti del consumatore delle somme versate.

Il consumatore invece è tenuto a provvedere senza indebito ritardo (e in ogni caso entro 14 giorni dalla data in cui ha comunicato la sua decisione di recesso) alla restituzione dei beni. Il costo diretto della restituzione è a carico del consumatore, salvo diversi accordi col professionista o salvo che il professionista non abbia dato adeguata informazione di ciò al consumatore. Il consumatore è responsabile della diminuzione del valore dei beni derivante da una manipolazione dei beni diversa da quella necessaria per stabilire la natura, le caratteristiche e il funzionamento dei beni.