Opposizione allo stato passivo: aspetti fiscali

Su sollecitazione della Commissione Tributaria Provinciale di Napoli, la Corte Costituzionale si è recentemente pronunciata sulla quantificazione dell’imposta di registro nei casi di pronunce che definiscono i giudizi di opposizione allo stato passivo con l’accertamento di crediti derivanti da operazioni soggette a Iva.

La pronuncia interviene su una questione discussa, se debba cioè applicarsi l’imposta di registro in misura fissa o proporzionale.

Con sentenza n. 177/17 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 8, comma 1 lettera c) della tariffa, parte prima, allegata al Dpr 131/86 nella parte in cui assoggetta all’imposta di registro proporzionale, anzichè fissa, le pronunce che definiscono i giudizi di opposizione allo stato passivo con accertamento di crediti derivanti da operazioni soggette a Iva.

Con ciò facendo, la Corte ha cristallizzato un diritto vivente già in essere della Corte di Cassazione che si è espresso in favore dell’imposta proporzionale , facendo leva sulla natura di giudizio di accertamento giudiziale del procedimento di opposizione a stato passivo. L’accertamento del credito soggetto a Iva si configura, nel caso di accoglimento di opposizione allo stato passivo, come presupposto necessario e sufficiente della partecipazione del creditore all’esecuzione collettiva, che è strumentale al pagamento del credito stesso.

La conversione del pignoramento

Ai sensi dell’art. 495 c.p.c. prima che sia disposta la vendita o l’assegnazione del bene oggetto di pignoramento, il debitore può sostituire alle cose o ai crediti pignorati una somma di denaro pari, oltre alle spese di esecuzione, all’importo dovuto al creditore pignorante e ai creditori intervenuti, comprensivo di capitale , interessi e spese.

Pena inammissibilità, contestualmente all’istanza di conversione deve essere depositata in cancelleria una somma di denaro non inferiore a un quinto dell’importo del credito per cui è stato eseguito il pignoramento e dei crediti dei creditori intervenuti, dedotti i versamenti già effettuati di cui puoi essere data documentazione.

Il Giudice, nell’ammettere con ordinanza la conversione, può concedere al debitore anche una rateizzazione.

Si badi bene, tuttavia, che i beni pignorati vengono liberati dal pignoramento solo con il versamento del’intera somma.

 

I patti di famiglia

Il cosiddetto patto di famiglia è uno strumento introdotto dal legislatore del 2006 per consentire all’imprenditore la gestione del passaggio generazionale della propria impresa: attraverso tale strumento è possibile infatti trasferire ad uno o più discendenti l’azienda o le quote di partecipazione al capitale della società di famiglia, senza che vi possano essere contestazioni in sede di eredità. Il patto di famiglia è dunque un contratto tipicamente tra vivi, d attraverso cui avviene il trasferimento immediato dell’impresa di famiglia. Il patto di famiglia deve essere stipulato per atto pubblico dal notaio a pena di nullità e vi devono partecipare gli eredi dell’imprenditore cosiddetti legittimari ossia coloro che per legge non possono esclusi dalla successione.

Per approfondimenti, è possibile richiedere un consulto in studio o un primo parere a pagamento (info@avvocatocolzani.it).

Recupero del credito verso società

Prima di procedere al recupero del credito mediante richiesta di un decreto ingiuntivo verso una società si consiglia sempre di verificare che la stessa non sia sottoposta a procedura concorsuale (concordato/fallimento). Per tale verifica preliminare basta consultare il Portale Creditori. In caso di fallimento, anzichè il decreto ingiuntivo, occorrerà procedere con insinuazione al passivo fallimentare.

Responsabilità del medico e della struttura sanitaria

Il tema della responsabilità del medico, di rilevante attualità, ha subito un significativo intervento normativo nel 2017 con la nota legge Gelli-Bianco n. 24-2017 che ha innovato la materia della responsabilità medica superando in particolare la teoria della responsabilità da contatto sociale. Tale teoria era nata in ambito giurisprudenziale per cercare di dare tutela a tutti quei rapporti che si fondano su un reciproco affidamento tra le parti e nei quali è sempre possibile individuare un soggetto ritenuto “debole” dall’ordinamento e dunque meritevole di maggiori protezioni rispetto a un altro che anzi viene investito di particolari obblighi di protezione.

Il caso del medico nella struttura sanitaria era esempio paradigmatico di tale forma di responsabilità.  Con riguardo al rapporto medico paziente, il rapporto nella realtà di tutti i giorni non viene sempre a configurarsi come un rapporto di natura contrattuale (e dunque non è sempre invocabile la responsabilità contrattuale ex art. 1218 c.c.). Talora, come appunto nel caso di medico operante presso la struttura sanitaria, può capitare che questi si trovi a dover curare soggetti con i quali non ha instaurato un rapporto diretto, con i quali non ha alcun contratto – intercorrendo caso mai il contratto con la struttura medica. Per la peculiarità dell’attività medica, per la peculiarità del ruolo del curante e a tutela della posizione del paziente la giurisprudenza ha ritenuto in questi casi inadeguato applicare la disciplina dell’art. 2043 (responsabilità extracontrattuale) che tra l’altro pone significativi problemi in termini probatori per il danneggiante.

In forza della nuova legge invece viene a distinguersi in maniera netta tra una responsabilità di natura contrattuale ex art. 1218 c.c. in capo alla struttura sanitaria e una responsabilità di natura extracontrattuale ex art. 2043 c.c. in capo al medico: il legislatore ha dunque completamente ribaltato la prospettiva della giurisprudenza che, nell’ottica di tutelare il contraente debole, aveva sempre cercato di escludere una configurazione della responsabilità del medico in termini di responsabilità extracontrattuale e questo con il conseguente aggravio in termine di oneri probatori a carico del paziente danneggiato.

 

La nuova Equitalia e i vecchi dirigenti

Dal 1 luglio 2017, come noto, Equitalia è stata sostituita da Agenzia Entrate Riscossione. Il passaggio di consegne non è stato però indolore. Gli ex dipendenti di Equitalia, infatti, sono diventati dipendenti dell’Agenzia Entrate Riscossione in automatico, scavalcando cioè il meccanismo del concorso pubblico. Il sindacato dei dirigenti del pubblico impiego ha impugnato le nomine dirigenziali investendo della questione la giustizia amministrativa.

Come già accaduto per i funzionari decaduti dell’Agenzia delle Entrate, anche in questo caso, si pone il problema della validità degli atti emessi dalla nuova Agenzia Entrate Riscossione.